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la storia del combattimento

la storia del combattimento

gli allenamenti nel mondo antico greco-romano negli agoni da combattimento, sono simili a quelli che vengono effettuati dai professionisti ai giorni nostri.

Simili perchè nell’antichità gli esercizi, gli allenamenti, le metodologie nell' uso degli attrezzi (sacchi e colpitori), ma anche di una certa mentalità competitiva, non sono distanti da quelli usati attualmente dal pugilato, dalle molte forme di lotta o dagli attuali sport da combattimento totali, le MMA.

Molte volte nell'immaginario collettivo lo sport del mondo classico è visto come qualcosa di barbaro, di rozzo e molto "violento"...tante persone sbagliando lo confondono con il mondo dei gladiatori o della guerra antica, a visioni di morte e momenti oscuri.

Ma lo sport, anche se in valenze diverse, ha avuto sempre gli stessi concetti, la stessa complessità e lo stesso studio che anche oggi qualsiasi atleta attua con il proprio agire.

Un allenamento di pancrazio vedeva  esercizi per la preparazione fisica come quella: muscolare, ossea-articolare e nervosa. C'era una parte di "riscaldamento" (anche se il massaggio con olio di oliva effettuato prima dell'allenamento aveva già irrorato i muscoli di sangue), che come ci descrive Galeno,  veniva  fatta con dei movimenti  roteatori per le articolazioni, di flessione per contrarre muscoli, e degli allungamenti di tensione che abituavano pian piano il corpo allo sforzo successivo (il cosiddetto stretching non esisteva come lo conosciamo noi).

Prima dell'allenamento di lotta veniva fatto un pre-potenziamento particolare, per preparare i principali muscoli ad essere sollecitati nella potenza in quella fase di combattimento.

Il potenziamento vero e proprio veniva effettuato a fine allenamento ed era particolarmente duro. Prevedeva un unica serie per esercizio, come flessioni e piegamenti ed altre prove, con ripetizioni fino allo sfinimento dell'atleta. Oltre la parte fisica, che prevedeva molte altre particolarità come l'allenamento al "fiato" da lottatore, la parte principale, quella metodologico-tecnica, era un insieme di pratiche ben distinte.

La shadow boxing, il pugilato dell'ombra, nome antico “Skiamachia”, che consisteva nell' esercitazione di tecniche a vuoto statiche o in movimento. Nel mondo antico, si usava un accompagnamento ritmico effettuato da un flauto “Aulos” che ritmava le esecuzioni.

Con il termine “Scemata” venivano invece indicate speciali  "figure" o combinazioni di tecniche, che venivano allenate con l'aiuto di un altro atleta. I “korikos” erano invece i colpitori e i sacchi, usati sia per aumentare la potenza esplosiva ma anche per il condizionamento di determinate parti del corpo (pugni, tibie, polsi, ginocchia, gomiti, collo, ecc.). Questi colpitori erano più duri di quelli attuali e il lavoro di pugno veniva effettuato senza l'aiuto di guantini, per irrobustire i tendini e le articolazioni dei polsi.

Lo sparring era diviso in leggero totale, “Akrocherismos”, e in  quello di pugni “Sphairomachia”, che come annuncia il termine, veniva effettuato con l'uso di sfere, di guantoni rotondi, simili ai quelli attuali da 10 once, ma dove il pollice era inserito nel globo di pelle. Oltre a questo vi era anche il "grappling" proprio della lotta e lo "sparring" a contatto totale tipico del Pankration.

Le tecniche vedevano quelle di attacco e difesa proprie del pugilato “Pygmachia”. I pugni erano di solito caricati simili a quelli tirati dal pugile moderno Rocky Marciano ed essendo o a mani nude o con l' uso di guanti di pelle leggeri, si puo' dire che quella chiamata al giorno d'oggi "dirty Boxing", era la pratica comune.

Le tecniche di lotta si dividevano in quelle in piedi “Orthepale” o “Stadaia pale”, di lotta a mezza altezza “kuliosis” (con lo stesso termine era indicata anche una fase della lotta a terra quella "dell'arrotolamento") e di lotta al suolo chiamata “Alendisis” o “kato pale”. C'erano inoltre  tecniche tipiche e caratteristiche solo del pancrazio, le “Pankration teche”; queste vedevano  lo studio dell' uso dei gomiti, della testa, delle ginocchia, dei calci e di altre particolarità "miscelate" per un combattimento totale, e che fino all'avvento di discipline come il Vale Tudo o le odierne MMA, non esistevano, cosi organizzate, nel panorama sportivo moderno e contemporaneo.

Anche se suddivise nell'insegnamento, le  tecniche di lotta, erano di gran numero secondo il tipo di altezza di combattimento; c'erano nella lotta in piedi: quelle a contatto “Hamma” e quelle a distanza “Stadaia”, i famosi strangolamenti “Achein”, le spazzate “Apopternizein”, le prese al collo “Trachelizein”, le proiezioni al suolo “katabletike”, le leve “Echein”, le prese ai polsi “Dialam Banein” e leve alle dita “Akrokerismos”, speciali agganci agli arti “Ankyrizein”, prese al tronco “Meson Echein” e alle gambe “Hyposkelizein”. C'erano anche i trascinamenti “Reiyon”,  le spinte “Drattein” e le proiezioni “Rassein”, nella lotta a mezza altezza come anche gli strangolamenti “Achein”, le spinte “Helkein” e le prese “Echein” nella lotta al suolo “Kato pale”.

IL SACRIFICIO E IL DOLORE DELL'ATLETA ANTICO

Uno dei primi poeti epici, Esiodo, scrive: "I Dei immortali lo hanno creato: per ottenere l'eccellenza atletica, prima dobbiamo sudare". Il sudore e' il simbolo stesso dello sforzo e della fatica corporale atletica. Molte altre categorie di uomini hanno a che fare con lo sforzo e la fatica ma solo per gli atleti l'agonia fisica diventa uno "strumento" per raggiungere la vetta. E  non ha caso il termine agonia deriva dal greco Agon, competere con dolore; infatti  lo sforzo e il sudore sono solo ruote che girano attorno al dolore fisico e mentale.

L'atleta degli sport da combattimento nel mondo antico era una sorta di celebrità proprio perchè era uno dei maggiori conoscitori del sacrificio umano con il solo scopo di eccellere.

Nell' Anacarsi dello scrittore greco Luciano, un importante sapiente Persiano si trova con il legislatore greco Solone in una palestra nel momento in cui gli atleti del pugilato, della lotta e del pancrazio si allenano. Il barbaro-guerriero rimane incredulo quando il sapiente greco gli dice che quegli uomini si stanno sforzando al massimo, stanno dando il meglio di sé per poter vincere solo una corona di ulivo. Per lui che era stato addestrato ad una mentalità guerriera, gli atleti sembravano dei pazzi. Infatti, non solo i persiani apostrofavano con timore, ateniesi e spartani, come "quelli del ginnasio"...

La dedizione e il sacrificio quotidiano degli atleti era proverbiale, diventando così anche messaggio per i guerrieri, come Platone (il quale era stato un importante lottatore, Platon significa "dalle larghe spalle") ci ricorda nelle sue Leggi.

Gli atleti seguivano un ciclo di allenamenti di quattro giorni dove il primo e il quarto erano meno pesanti dei restanti, ma senza nessun giorno libero doveva essere veramente massacrante come ci raccontano le cronache antiche. L'atleta del passato classico era abituato già da fanciullo a trovare la forza, per superare gli sforzi, nella congiunzione "spirituale" con Ercole ed Hermes, figure presenti, con dei busti, nelle palestre Greche e Romane. Quasi quotidianamente l'atleta faceva una sorta di meditazione e preghiera rivolta verso queste figure, cercando di introiettare in se stesso l'energia di cui aveva bisogno.

Il dolore era uno dei simboli degli eroi greci. Solo chi aveva sofferto fisicamente e mentalmente poteva dirsi eroe. L'eroe e' colui che si è cimentato con la sofferenza e ne uscito vincitore. Ecco perchè per i greci vedere un' atleta che superava la sofferenza era qualcosa di eroico che superava qualsiasi mortale.

Ma dove non arrivava l'atleta si presentava la disciplina. Nell’antichità la disciplina insegnata dagli istruttori ad un atleta poteva far rabbrividire anche un guerriero come ben sapevano spartani greci e legionari romani. Nei racconti antichi ci viene detto che molti allenatori portavano allo sfinimento e talvolta alla morte gli atleti pur di non abbassare il livello di sacrificio a cui erano imposti. L'allenatore e la sua parola erano sacri, nessun atleta poteva contraddirlo. Dagli Spartani fino ad Alessandro Magno, da Socrate fino a Sant'Agostino, da Tacito fino a Diocleziano, la descrizione della disciplina atletica era quasi sovraumana e vista come qualcosa tra il divino e l'infernale.

GLI ANTICHI IDEALI

I pancrazisti come i pugili ed i lottatori erano tra gli atleti più ammirati del mondo antico. Imperatori e tiranni, filosofi e religiosi, guerrieri e calzolai, tutti vedevano in questi uomini l’essenza eroica umana: cercare di arrivare alla vittoria, piegando ed abbattendo qualsiasi ostacolo si trovi sulla strada del trionfo. Il mondo Greco e Romano si svilupperà nella guerra come nel commercio con questa idea. E non per caso ritroviamo in tutti i luoghi passati, statue di atleti, innalzate per ricordare, in ogni momento della giornata, quali erano i valori fondanti della società; la corona di ulivo, simbolo principale dell’atleta, diventerà l’emblema di chi e’ innalzato, simbolo dell'onnipotenza dall’imperatore al Santo.

Il motto moderno “l’importante non e’ vincere, ma partecipare” per un antico sarebbe stato un vero insulto, una bestemmia. L’importante era vincere a qualsiasi costo, perdere era una vergogna. Sulla lapide di un pancrazista morto in una di quelle arene in cui si combatteva sotto il sole dei pomeriggi d’agosto, senza soste, rounds, acqua ed ambulanze, finché uno solo restava in piedi, fu scritto: “Aveva pregato Zeus di dargli o la corona o la morte”, ed era stato accontentato.

L’atleta era l’emblema dell’ uomo che metteva in gioco tutto se stesso, dopo ogni supplizio, ogni sofferenza e ogni sforzo, era sopravvissuto, e si poteva coronare con il simbolo della: la vittoria.

Lo sforzo e il dolore per giungere al trionfo, in greco “Agon”, era la base della cultura antica greca. In tutti gli ambiti umani, l’Agon era solidamente strutturato all’esistenza. Il concetto di lottare per vincere era correlato a quello della virtuosità: “Aretè”. Intraducibile in un solo concetto, il termine Aretè ha il suo significato nei diversi: virtù, eccellenza, coraggio, prodezza, audacia, cioè dell’eccellere, del primeggiare, del distinguersi sia in gara come in guerra. Infatti, come anticipato già all'inizio dell'articolo, sia nell’etica guerriera che in quella sportiva, sia nella dimensione retorico-filosofica come in quella politica, o in generale, in tutte le faccende quotidiane, lo sforzo di essere il primo, il migliore era il fondamento di un modo di essere, che divenne il principale “motore” degli avvenimenti storici greci e poi romani.

Erroneamente, il termine Agon è associato, da molti, solo e unicamente al contesto agonal-sportivo del mondo ellenico, che invece usava il termine Athlion per indicare l'atto di competere per un premio.. Questa confusione deriva dal fatto che l’atletica era la principale forma di acculturamento all’Agon; il concetto stesso di Agon intendeva anche un “condurre”, un educare, un allenare allo sforzo per il raggiungimento di una meta. Il filosofo Nietzsche osserva come i Greci vivevano identificandosi con la lotta competitiva, la loro pedagogia era l’agonismo. La stessa terminologia atletica era la base del linguaggio, dell’espressione e della comunicazione quotidiana delle diverse attività umane. I dibattiti, le dispute, le riflessioni avvenivano nel gergo atletico.

L’Aretè, nell’ideazione antica, richiedeva un ostentamento, un sorta di esibizione, un mostrarla in particolari eventi come nelle battaglie o durante i festival atletici.

Nel mondo contemporaneo, gli antichi atleti in Arete', sarebbero visti come dei propri esibizionisti dell’azione, degli ostentatori, degli spacconi dell’impresa.

Aretè era la funzione critica dell’Agon: vivere per l’azione, mostrandola. Erigere statue, lapidi o produrre creazioni poetiche agli atleti era un modo di ricordare ed educare al valore dell’Arete.

L’arte classica ha infatti come scopo principale quello di creare attraverso l’immagine una sorta di educazione, di erudizione, di insegnamento ai valori ellenici come quelli di identità e di ricerca delle virtù.

Lo psicologo Riccardo Venturini scrive “allorquando un obiettivo di vita venga soggettivamente vissuto con una amplificazione capace di infinitizzarlo, esso può essere considerato un obiettivo in senso lato religioso, capace cioè di fornire orientamento, senso e devozione”.

Bisogna anche dire che la dimensione “corporale” antica era ben diversa dalla nostra concezione moderna. Il lavoro sul corpo e lo sviluppo di atti di esibizione, l’atletica in primis, portava alla congiunzione tra azione e corpo. “Sei ciò che fai” era una peculiarità basilare per capire l’immagine che avevano i greci dell’essenza umana.

Gli Dei e gli Eroi erano identificati per quello che facevano: Ercole per esempio produce forza, vigore, vitalità, quello era il suo fine e il suo scopo…

Gli stessi eroi come i guerrieri o gli atleti servivano da modello, in greco Paradeigmata, per la ripetizione di determinati “atti corporali”. Questi davano un esempio di comportamento ai cittadini, educandoli in tal modo. L’etica, i valori morali erano strettamente collegati all’Agon, lo sforzo corporale; anzi si può dire che l’etica greca è un etica “corporale” . L’uomo greco è un uomo agonale. Pindaro nelle sue odi di vittoria atletica, l’Epinikia, ci offre una panoramica dell’essenza della virtuosità e della sua ricerca attraverso lo sforzo.

Con questo autore si comprende che è proprio nel momento dello sforzo, nel momento temporale dell’ Agon che si realizza l’Aretè, che poi avrà la sua commemorazione delineando l’universo di tali virtù e delle abilità per raggiungerla. L'Athlon, il premio in danaro o di olio d’oliva o altro, che sarà tanto importante nel mondo antico, era il raggiungimento dello scopo dell’Agon, la materialità della vittoria.

Essendo Agon ed Arete dipendenti l’un l’altro e formando l’essenza dell’uomo Greco e della sua cultura, si può capire bene, l’importanza e la rilevanza dell’ atletica nel mondo antico.

FONTE DELL’ARTICOLO

http://www.ilguerriero.it/codinopreatle/2010/fight/pankration.htm

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